Intervista a… Mimmo Calopresti, presidente della Giuria del Premio Jfd Inail “Lavoro 2020”

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Mimmo Calopresti, affermato regista italiano, da sempre sensibile alle questioni del lavoro, è il presidente della Giuria del Premio Cinematografico Jfd – Inail “Lavoro 2020”, riservato a cortometraggi sul lavoro realizzati negli anni 2018/19/20 in Italia o all’estero, che verrà assegnato nella serata conclusiva dei Job Film Days, mercoledì 23 settembre 2020 alle ore 18.00 al Cinema Massimo, in via Verdi 18 a Torino.

Lei ha girato diversi film sulle tematiche del lavoro (Alla Fiat era così, Paolo ha un lavoro, Tutto era Fiat, La fabbrica dei tedeschi e altri ancora): cosa l’ha spinto?

Il lavoro per me è sempre stato centrale. A Torino tutto era legato alla Fiat, era al centro della vita della città e della mia; mio padre lavorava alla Fiat e frequentavamo famiglie operaie. Raccontarlo era un modo per raccontare l’intero Paese. Il lavoro ancora oggi è centrale, anche se è precario, così come la sicurezza sul lavoro. Come testimoniano la vicenda della ThyssenKrupp, con sette operai morti bruciati nell’incendio del 6 dicembre 2007 all’acciaieria torinese, e le tante altre stragi sul lavoro che continuano a ripetersi ogni giorno. Ho provato ad affrontare la questione della Thyssen nel film “La fabbrica dei tedeschi”. È stato difficile e faticoso raccontare il dolore immenso delle famiglie. È successo l’incredibile. La vita degli operai non valeva niente di fronte al profitto, di fronte al trasferimento della fabbrica che stava per chiudere.

Ancora oggi gli operai, e i lavoratori e le lavoratrici in generale, sono gli ultimi a essere presi in considerazione nel processo produttivo: non è accettabile! Non si può non essere solidali con loro: hanno pochi diritti e, a volte, poche possibilità di sopravvivere, tra malattie professionali e infortuni sul lavoro. Io mi sono schierato definitivamente con loro.

Che rapporto ha con la Torino operaia di allora e con la città di adesso?

Torino è sempre la mia città, anche se ora vivo a Roma. Era la fabbrica per me, ma anche il centro storico. È stata il mio mondo, da raccontare, ma anche una città viva, in cui si sta benissimo e si può lavorare. Cinema e teatro sono vivi, così come tutto l’ambiente culturale.

All’inizio però c’era solo il “timbro” della fabbrica. Ora si è trasformata, con molte iniziative: se riesce a mantenere il suo livello culturale, Torino ha buone possibilità di crescita. Ha una storia profonda di lavoro e sindacato, le forze sociali ancora oggi possono dire la propria: è l’unica garanzia perché il cambiamento tenga conto delle persone e le metta al primo posto. Questo vale anche degli immigrati, come ero io.

Le grandi battaglie in fabbrica per la salute, come quelle che hanno portato alla nascita dello Statuto dei Lavoratori, tornano ora, con l’emergenza Covid-19. Al primo posto va messa la prevenzione del contagio da Covid o la produzione? Torino, anche in questa occasione, può dare molto.

Che futuro ha il lavoro nel cinema? È importante continuare a sviluppare questo filone e come si possono coinvolgere i giovani?

Sembra che tutti se ne freghino e non capiscano quanti conti il lavoro nella vita delle persone, nella costruzione di una famiglia. C’è una poetica del lavoro, un modo di stare al mondo; si incontra l’umanità, si conoscono tante persone, a volte prigioniere di un ruolo. È un’occasione persa non raccontare il lavoro! Ho ragionato a lungo se trattare la tragedia Thyssen, ma poi ho capito che non potevo sprecare la possibilità di raccontare quel momento. Anche per i giovani, anche andando controcorrente e pensando sempre alla sicurezza sul lavoro, e a chi rimane indietro. È una questione morale. Come in “Aspromonte, la terra degli ultimi”. E gli ultimi sono spesso gli operai, ma anche gli impiegati e i tanti professionisti del cinema che hanno perso il lavoro con l’arrivo delle nuove tecnologie. Non dobbiamo lasciare indietro quello che siamo, i nostri diritti. Il mondo e il lavoro sono in movimento e si può andare avanti anche a tentoni, sperimentando, ma la cosa principale da raccontare nel cinema rimangono le storie delle persone.

Quale potrebbe essere l’argomento di un suo eventuale prossimo film sul lavoro?

Voglio fare qualcosa che resti, che tocchi la vita delle persone. Sto riflettendo sulle vicenda degli amministratori delle multinazionali, che la sfangano sempre, non sono mai colpevoli di niente. Come i manager tedeschi condannati dalla giustizia italiana per la strage ThyssenKrupp. È una vergogna vera, è aberrante che ancora oggi non paghino per le proprie responsabilità! È una parte della storia della Thyssen che meriterebbe di essere raccontata. Mi piacerebbe tornare a Torino a farci un film o una serie televisiva: mi manca la mia città!

Cosa l’ha convinta ad accettare la presidenza di questa Giuria?

Sentendo la parola “Sicurezza e Lavoro” non ho potuto che dire sì. È stata una scelta meccanica, automatica, per sostenere chi caparbiamente da oltre 10 anni si occupa di questo e metterci qualcosa di mio. E per offrire ad altri l’opportunità di occuparsi di cinema e lavoro, partendo da un cortometraggio. C’è ancora voglia e bisogno di raccontare il lavoro e la sicurezza. È importante farlo e io lo faccio con entusiasmo!

 a cura di Massimiliano Quirico
direttore Sicurezza e Lavoro

20 settembre 2020

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